Si può essere albero o ramo, bisogna fare di tutto per diventare albero, è troppo poco restare ramo, si ha sempre bisogno di un albero da cui dipendere.
El cochecito

immagine del film
La curiosa originalità del film, che gli valse successi internazionali e premi a bizzeffe, non è soltanto nell’aver messo a centro della vicenda un oggetto così insolito, speciale, ordinariamente poco vagheggiato come la carrozzella ortopedica, ma nella squisita mistura di assurdità e di realismo, di ironia e di buonumore, di clinica crudeltà e di sensibilità umana con cui Feneri è riuscito a contrappuntarlaEI Cochecito è di un autore italiano, Marco Ferreri, ma è stato girato a Madrid.
Protagonista è un pensionato madrileno vedovo, don Anselmo, il quale vive nella casa del figlio, avvocatuccio di grame cause (l’impareggiabile ritratto del cliente che aspetta in anticamera) nella tollerata solitudine dei nonni inutili. Unico suo spasso è trovarsi col fido amico don Luca, da anni paralizzato alle gambe, e con la sua abituale compagnia, una brigatella di storpi e paralitici suoi pari, che si ritrovano uniti dalle uguali abitudini e dall’uguale infermità.
Sinché Luca continua con la vecchia carrozzella a mano, va tutto bene. Ma un giorno fa il gran passo, si compera una carrozzella-moto-retta, e questo complica terribilmente le cose per il povero Anselmo. Luca e gli amici motorizzati cominciano a combinare tra loro delle piccole escursioni nei dintorni (“col cochecito”, dicono tutti contenti, “la campagna è a portata di mano!”), e presto Anselmo non sa come fare a tener loro dietro. Allora gli balena la trovata: comperarsi anche lui un cochecito. Prepara alla lontana la famiglia, piagnucolando sulle povere gambe che non lo reggono. Inscena persino, ingenuamente, un piccolo malore subito smascherato dal medico. Ma quando finalmente svela che vuole un cochecito, figlio e nuora gli dicono chiaro e tondo che se lo levi dalla testa.
Seguono alterchi e scene disgustose, perché Anselmo, per pagare la prima rata, vende di nascosto i gioielli della moglie buonanima, che toccherebbero alla nipotina, per cui è trattato da ladro e da vecchio pazzo. Ma lui è irremovibile, vuole il cochecito. Da quel momento, il film diventa la storia di quella fissazione che andrà sempre più incupendosi ed esasperandosi (loro gli negano i soldi che sono anche i suoi), sinché, nel suo farneticare da vecchio, lo porterà a una vendetta stravagante e quasi farsesca nella sua enormità: avvelenerà tutta la famiglia.

. È nella sua semplicità, un film raffinatissimo. Perché, se lo prendete come si presenta nel suo primo avvio, potete pensare di trovarvi dinanzi a una arguta commediola di colore, qualcosa (poiché siamo in Spagna) sul genere dei Quintero: un quadro aneddotico di minuta vita madrilena, dove tutt’al più la presenza di quella compagnia di giulivi sciancati mette una nota di disorientante buffoneria.
Ma presto il senso si allarga e approfondisce con l’arrivo di un nuovo personaggio, la pietosa e allucinata figura del giovane marchese Paralitico e scemo, povero avanzo umano che, malgrado le sue immense ricchezze, esiliato dal suo mondo che la sua infermità attristerebbe (quella madre invisibile di cui si ode solo la voce dalla immensa e pacchiana Rolls Royce), abbandonato alla indifferente tutela del cameriere ben pasciuto e gioviale, finisce per ritrovarsi con gli altri, gli umili paralitici pitocchi, nella comune quarantena della immensa miseria umana, anche se gli resta, solo emblema dei suoi privilegi di casta, il cochecito fuoriserie.
Se non che, ecco che a poco a poco, per una paradossale dilatazione, paralitici poliomelitici e monchi invadono la scena, diventano massa. Si profila, nell’entusiasmo dell’ortopedico che ci specula, la visione di una umanità futura in cui tutti i pedoni andranno in cochecito.
Assistiamo addirittura a una gara di velocità con premi per carrozzelle ortopediche, una specie di Indianapolis degli storpiati. E allora avvertiamo sotto, allusivo ma mordente, un terzo senso, il dramma della realtà spagnola, la beffarda malinconica allegoria della “Spagna invertebrata” del grande e disperato Ganivet, la Spagna “zoppa” di Unamuno, la tierra de Io antepasados, la terra dei trapassati, secondo l’antico, terribile proverbio mediterraneo citato da Kant. E tutto ciò senza che mai, neppure per un attimo, esca di fuoco il carattere centrale, il don Anselmo di José Ibert (formidabile attore, solo per veder lui bisogna vedere il film), che campeggia su tutto coi suoi senili mugugni, i suoi ridicoli maneggi, la sua progressiva puerile follia.
Ma come fa uno a tenere insieme tante cose, tanti elementi contraddittori, tanti toni diversi? Eh, cari amici, è la molla.

Sito: Il Corriere della Sera

Regia: Marco Ferreri- Spagna 1960

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Pubblicato il : 11-04-2008 (409 letture)

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